Parrocchia Natale del Signore

 

n° 47 aprile 2006

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Per crescere nella fede


La morte: fine o compimento?

Abbiamo avuto modo di leggere in redazione questo articolo di Régine du Charlat, apparso sul supplemento di gennaio 2006 della rivista Evangelizzare e ne siamo stati molto colpiti. In questo particolare periodo liturgico, una riflessione sul significato della morte di Gesù può aiutarci nella preparazione alla Pasqua di Risurrezione.

La “gloria di Gesù”

La morte è la fine o è il compimento? Chi ci dirà che cosa è veramente la morte? Lo sguardo rivolto alla croce di Cristo e la lettura di ciò che dice il Vangelo sono là per risponderci e per farci entrare nell’intelligenza di questo mistero che ci supera infinitamente.
“Tutto è compiuto”: sono le ultime parole di Gesù in croce, secondo il Vangelo di Giovanni. Così la sua morte è un compimento. E nello stesso tempo è anche la sua “gloria”. Forse possiamo rimanerne sconcertati o anche scandalizzati. Come può essere che questa sconfitta, questa morte ingloriosa, sia stata compresa dai discepoli come la manifestazione piena della sua gloria? Tutto il Vangelo lo attesta. Possiamo rileggere il capitolo 12 di San Giovanni, in particolare il versetto 23:  “è giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. È della sua morte che Gesù sta parlando, come ci fa capire il paragone con l’immagine del chicco di grano che segue immediatamente. Se non acconsente al suo morire, esso rimane solo. Al contrario, colui che non resta attaccato alla sua vita fisica, cioè che accetta la rottura della morte, la conserverà per la vita eterna e porterà frutto.

Certo, Gesù prova turbamento per la morte che si avvicina, ma sa anche che quella sarà per lui l’ora della gloria: “Padre, glorifica il tuo nome!”. Allora viene la voce dal cielo “L’ho glorificato ed ancora lo glorificherò!”. San Paolo lo dice a suo modo, con altri termini, nell’inno della Lettera ai Filippesi (2, 6 – 11): “…Cristo Gesù si è fatto obbediente fino alla morte di croce; per questo Dio lo ha esaltato…”. L’espressione “per questo”, afferma il legame tra la morte di Gesù e la sua gloria. Così ci è testimoniato… e così noi possiamo cercare di entrare nel significato di questa testimonianza.

Un amore portato al culmine

La morte di Gesù è il suo compimento perché è espressione del suo amore. Allora possiamo comprendere la sua morte come un frutto.

Gesù muore per non essersi difeso, per non essere fuggito di fronte alla malvagità ed alla menzogna degli uomini. Muore per essere andato fino in fondo nella sua fedeltà al Padre ed ai suoi discepoli. Muore per non essersi aggrappato a privilegi che avrebbero potuto essere anche suoi, ma che sarebbero stati contrari alla sua natura di Figlio donato per amore.

Muore per essersi spogliato di tutto, come un servo, perché risplendesse la sua obbedienza, cioè il suo totale fiducioso abbandono a Dio. La morte di Gesù ci si rivela come lo spogliarsi definitivo, ma anche, allo stesso tempo, come il frutto maturo di un amore, capace di arrivare fino a questo punto. Tutto cambia così e, per l’obbedienza di Cristo, la morte viene trasfigurata in manifestazione di vita piena.

Sì, la morte rimane ancora rottura, luogo di angoscia e di dolore. Il Vangelo ci testimonia che anche Gesù ha sperimentato questo dramma. Ma ciò che il Vangelo considera prima di tutto, nella morte di Cristo, non è la sofferenza, ma l’amore che si rivela dentro questa sofferenza… un amore capace di mettere “bellezza” in questo travaglio.

“Colui che non ha visto la bellezza nel dolore, non sa che cosa sia la bellezza” diceva il filosofo Schopenhauer.  Noi dobbiamo allora fare attenzione e liberarci da questa idea che il dolore e la morte sono cose buone, volute da Dio. No! Il dolore e la morte restano realtà negative: ciò che è buono, ciò che è glorioso è l’accoglienza e l’amore che lì dentro possono esprimersi.

Il Venerdì Santo: rottura e compimento

Quando la liturgia del Venerdì Santo ci fa celebrare la Croce gloriosa, non ci fa esaltare la passione, ma ci fa rendere gloria al modo con cui Cristo l’ha vissuta: ha amato fino alla fine.

In questa morte noi vediamo già la Risurrezione: “Tutto è compiuto!”. Anche la nostra morte sarà rottura. Ma potrà anche diventare compimento. Non ci è possibile prevederla né immaginarla. Ma ci è possibile lasciarla maturare in noi. Ogni giorno la vita ci offre delle occasioni per superare le chiusure in noi stessi. Sono opportunità di distacco per essere più sinceri, più attenti all’altro e più capaci di compassione.

Staccarci da una pena o anche da una gioia per far spazio all’altro; smascherare la menzogna e la violenza che abbiamo dentro; non sottrarci al sacrificio quando ci è richiesto; rinunciare ai mille impedimenti ed alle scuse per non amare.

Questi distacchi sono delle morti e possono anche costarci; ma sono delle morti che ci aprono alla vita, che risuscitano in frutti di carità, che fanno maturare il frutto della nostra morte finale.

Che la contemplazione del Crocifisso ci aiuti a trovare la forza e la serenità per camminare, con lui ed in lui, verso la nostra morte come verso il compimento di una vita segnata dall’amore.