Parrocchia Natale del Signore

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Kibao e vo' Jurema

Il pensiero del mese

In cammino

UNA FATICA BELLA E DIFFICILE

Una delle fatiche più grandi che una comunità cristiana parrocchiale deve affrontare nell’attuale contesto è il contrasto che nasce dalla diversità dei cammini di fede. Parlare di contrasto significa riferirsi a momenti di sofferenza e di tensione, a cose non dette o sussurrate solo nel proprio ristretto giro di amici e di amiche. Ma questo contrasto si può superare.

Venendo ai motivi di questa fatica, provo a descriverla facendo riferimento a tre modi di vivere la fede.

Il primo modo riguarda tutti noi, preti e laici, quando pensiamo che la fede si possa esprimere in una sola forma. Ci siamo abituati a degli schemi fissi di preghiera e di linguaggio che ci fanno dimenticare l’importanza, dice papa Francesco, «di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che consenta di rico-noscere la sua permanente novità» (EG 41). E, allora, aggiunge Francesco, se certe devozioni o modi di pregare e di parlare della fede «non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo, non abbiamo paura di rivederle» (EG 43). Un piccolo esempio: il Te Deum cantato nella Messa della fine dell’anno mantiene il suo significato, ma può essere sostituito con un bel canto in italiano che tutti conoscano. Dobbiamo riconoscere, però, che la questione non è così semplice. Per molti, questo adattamento di forme della preghiera e del linguaggio della fede e della liturgia costituisce una sofferenza, come se si dovesse rinunciare alla fede stessa. Tuttavia, è una sofferenza che va affrontata seguendo l’insegnamento della Chiesa la quale è chiamata ad essere fedele al Vangelo e, nello stesso tempo, capace di comunicare al cuore delle persone di oggi.

Il secondo modo con cui si può descrivere questa fatica riguarda coloro che non hanno coltivato in modo personalizzato nessuna forma di fede. Pur restando praticanti, hanno (ma possiamo anche dire: abbiamo) lasciato crescere una distanza dentro di loro (di noi). Una distanza causata dal contesto in cui viviamo che ci spinge ad «agire come se Dio non esistesse, decidere come se i poveri non esistessero, sognare come gli altri non esistessero, lavorare come se quanti non hanno ricevuto l’annuncio non esistessero» (EG n.80). È una fede che è ancora praticata, ma strascicata, svuotata della gioia, della convinzione, della voglia di crescere.

Il terzo modo è più positivo perché riguarda noi quando ci mettiamo, con la grazia di Dio, a costruire una nostra (personale e comunitaria) forma di fede basata sulla Parola di Dio meditata con frequenza e su esperienze significative di formazione spirituale. In questo modo, impariamo a convivere con altre forme di fede e a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è secondario. Su questo punto abbiamo molto da imparare dai giovani della nostra comunità parrocchiale che don Alberto sta guidando verso un’appropriazione personale della fede. C’è un bellissimo detto sulla fede attribuito a S. Vincenzo di Lerino che dice così: «In ciò che è necessario, unità; nelle cose dubbie, libertà; in tutto, carità». Se il Signore ci concede il dono di questa unità, di questa libertà e di questa carità, possiamo crescere tutti meno arrabbiati o angosciati o indifferenti. La fatica resta, ma la bellezza della fede in Gesù vissuta insieme prevale sulle difficoltà. Come dice sempre papa Francesco, «non lasciamoci rubare la comunità!”.

d. Piero

 

AFORISMA

La patria e gli stranieri

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.

Don Lorenzo Milani, L’OBBEDIENZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ, 1965